Liturgia
| Alcuni anni fa, ospite in una località delle dolomiti, mi trovavo ai piedi del monte Civetta, 3220 mt di altezza. Vedevo la vetta dal basso e lo scenario era stupendo. Ma mi chiedevo che cosa vedesse la vetta, là dalla sua altitudine, dalla terrazza del Rifugio. Così oggi mi trovo a celebrare l’Incarnazione, ma la vedo dal basso del mio piccolo “presepio”. Nella celebrazione di oggi Gesù, la Sapienza del Padre, ci svela come sono andate le cose, lassù in alto, e come le si vedono da lassù. Per descrivere l’Incarnazione, come la vede Dio, potremmo usare quattro parole scoperte nella prima lettura: obbedienza, kenosis, amore, stima.
L’obbedienza. Solo vedendo l’Incarnazione come la vede Dio, potremo comprendere, come ci dice Paolo nella seconda Lettura, “a quale speranza il Padre ci ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la nostra eredità”. Noi frughiamo il nostro futuro negli oroscopi o li affidiamo a fragili auguri e sospiri. Dio non sostiene le nostre speranze inutili o illusorie. La nostra speranza è fondata su ciò che ha fatto il Signore per noi e su ciò che promette per noi. L’uomo diventa ciò che ascolta, ciò che lo abita.. «In principio era il Verbo e il Verbo era Dio». Vangelo immenso che ci impedisce piccoli pensieri, che opera come uno sfondamento verso l’eterno, verso l’«in principio», verso il «per sempre». Per assicurarci che c’è un senso, un progetto che ci supera, che non viviamo i nostri giorni solo attorno al breve giro del sole, che non viviamo la nostra vita solo dentro il breve cerchio dei nostri desideri. Ma che c’è come un’onda immensa che viene a infrangersi sui nostri promontori e a parlarci di un Altro, che è Primo e Ultimo, vita e luce del creato. «La luce splende nella tenebra, ma la tenebra non l’ha accolta» (1,15). Si osservino anzitutto i tempi verbali. Per la luce si ricorre al presente («splende»), per il rifiuto della tenebra al passato («non l’ha accolta/catturata»). La luce brilla sempre, appartiene alla sua natura illuminare. Questo è il significato del presente. Per la tenebra invece c’è un verbo al passato, per dire che si tratta di un fatto storico, non di una necessità, di una legge immutabile, di un destino predestinato. Un fatto che potrebbe esserci e non esserci, perché dipende dall’uomo e dalla sua libertà. E comunque anche se la tenebra può rifiutare la luce, non potrà spegnerla. Il verbo greco che Giovanni adopera ha due significati: «non accogliere», ma anche «non trattenere». Il dramma è profondo, ma lo spazio della speranza è sempre aperto. «Il Verbo si è fatto carne» (1,14). Carne è l’uomo nella sua debolezza. Il profeta Isaia (40,6-8) scrive: «Ogni carne è come l’erba…l’erba secca, il fiore appassisce, MA la Parola di Dio rimane per sempre». Per il profeta tra la Parola di Dio e l’inconsistenza dell’uomo c’è un «MA», che indica una distanza. Nel prologo di Giovanni, invece, la solidità della Parola di Dio si è fatta carne. Nel cammino di ogni uomo e dell’intera umanità si è inserita una presenza che salva dalla debole inconsistenza umana. Il grande miracolo è che Dio non plasma più l’uomo con polvere del suolo, dall’esterno, come fu in principio, ma si fa lui stesso polvere plasmata, bambino di Betlemme e carne universale. Da allora c’è un frammento di Logos in ogni carne, qualcosa di Dio in ogni uomo. C’è santità, almeno incipiente, e luce in ogni vita. Dio accade ancora nella carne della vita, nella concretezza dei miei gesti, abita i miei occhi, le mie parole, le mie mani perché si aprano a donare pace, ad asciugare lacrime, a spezzare ingiustizie. E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere. E se tu devi morire anche lui conoscerà la morte. E nessuno potrà più dire: qui finisce la terra, qui comincia il cielo, perché ormai terra e cielo si sono abbracciati. E nessuno potrà dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, perché creatore e creatura si sono abbracciati e, almeno in quel neonato, uomo e Dio sono una cosa sola. Almeno a Betlemme. «A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio». Dopo la sua nascita è ora il tempo del mio nascere: Cristo nasce perché io nasca nuovo e diverso. La sua nascita vuole la mia nascita. Dall’alto. La Parola di Dio è come un seme che genera secondo la sua specie, genera figli di Dio se appena viene accolta. «Accogliere»; verbo che genera. Accogliere, nostro compito umanissimo. L’uomo diventa ciò che accoglie in sé, l’uomo diventa la Parola che ascolta, l’uomo diventa ciò che lo abita. Vita vera, vita di luce è essere abitati da Dio. Come si diventa figli? In tutte le Scritture figlio è colui che si comporta come il padre, gli assomiglia, ne perpetua i gesti. Figlio di Dio è colui che assomiglia a Dio nei pensieri, nei sentimenti, nel pane dato, nel perdono mai contato. Figlio di Dio sei tu quando solleciti negli altri le sorgenti della vita; quando ridesti luce e calore, e generi pace, e sai ridare speranza. Dio è amore; ma come è possibile anche solo assomigliargli? C’è in noi un potere. Per la sua incarnazione abbiamo il potere di contenere e custodire la luce, anche nell’argilla, anche nel frammento. Cerchi luce? Ama la vita, prenditene cura, è la tenda del Verbo. Amala, con i suoi turbini e le sue tempeste, e sempre più spesso però con il suo sole e le sue rose. E poi vai a servizio amoroso là dove la vita langue e sembra prossima a spegnersi. Noi non rifiutiamo Dio, ma neppure lo accogliamo: questo è il dramma. Rimango a mezza strada, perché so che accoglierlo mi impegna a diventare come lui, mi cambia la vita. So che non posso accoglierlo impunemente, senza pagarne il prezzo in moneta di fuoco e di croce. Eppure grazie, Signore, per la vita, per la forza invincibile di diventare figlio, custodita in un guscio d’argilla. Tratto da “Alzo gli occhi verso i monti” – Monastero di Bose |