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MADDALENA MORANO: L’EDUCAZIONE DEL CUORE

“Non basta istruire i fanciulli e le ragazze, bisogna formare il loro cuore, amandoli e trattenendoli con benevolenza”.
Così si esprimeva la maestra Maddalena Morano, riflettendo sulla sua esperienza educativa realizzata nel corso di quasi tutta la sua esistenza e iniziata a soli 14 anni come educatrice di scuola materna.
Nata a Chieri (Torino) il 15 novembre 1847 in una famiglia numerosa la cui povertà, al termine delle “elementari”, non le consentì di realizzare il suo desiderio di continuare a studiare per diventare insegnante, Maddalena Morano appare come una maestra dotata di una particolare vocazione magistrale ed educativa, che si espresse nella scuola e fuori della scuola e che si distingue per la sua ampiezza di orizzonti, per la sua premura per la persona, per la sua apertura al futuro, all’ascolto e all’Eterno.
Di questa sua vocazione si accorsero ben presto, comprendendo il significato ed il peso della sua generosa rinuncia alla prosecuzione degli studi, la sua maestra (Rosa Girola) ed un sacerdote (don Francesco Pagella) cugino di sua madre, i quali la persuasero a prepararsi privatamente per presentarsi alle sessioni straordinarie di esami per maestri, istituiti dal Ministero della Pubblica Istruzione, cui concorrevano autodidatti e privatisti, per conseguire la “patente”.
Così Maddalena potè continuare gli studi. A soli quattordici anni fu chiamata nell’asilo parrocchiale del suo paese a fare la maestra, dove, come scrivono i suoi biografi, diventò “l’idolo dei bambini” e fu apprezzata dalle loro famiglie per la finezza del suo tratto e per le sue attitudini didattiche.
Il 2 novembre 1864 conseguì la “patente di grado inferiore”, pertanto divenne maestra “a pieno titolo” e, in quanto tale, fu chiamata ad insegnare nella scuola elementare di Montaldo Torinese, paese che distava soltanto una dozzina di chilometri da Bottigliera, dove viveva la sua famiglia.
Iniziò quindi una nuova stagione della sua vita e Maddalena, come avveniva per molte delle sue colleghe fu costretta ad allontanarsi dai suoi cari e a sottoporsi a nuovi sacrifici per raggiungere a piedi il suo paese dove trascorreva i giorni di vacanza.
Nel frattempo continuò gli studi e nel 1868 conseguì la patente di grado superiore, pertanto le fu affidato l’insegnamento nella sezione maschile, precedentemente tenuto da un maestro sacerdote.
La successione a questo esperto collega non fu facile e le perplessità suscitate dalla presenza di questa maestra giovanissima, proveniente da “un altro paese”, non furono poche, ma le sue “doti” e le sue “capacità magistrali” consentirono a Maddalena di conquistare i suoi alunni e la stima dei loro genitori.

LE QUALITA’ PERSONALI

I suoi biografi si dilungano nell’elogiare le qualità personali e professionali della giovane insegnante e il pievano di Montaldo così si esprime: “La sua serietà, unita alla dolcezza, fece molto bene e si conciliò la fiducia e la stima di tutti: anche gli uomini e i giovani adulti la temevano e la rispettavano più che il Parroco e il Sindaco; ed a sua volta Ella usava il dovuto rispetto ai Superiori, facendo pure, se occorreva, con franchezza le opportune osservazioni…”
Per quanto riguarda direttamente l’azione svolta nella scuola i suoi biografi mettono in evidenza la sua capacità di porsi in relazione prima con le fanciulle, che frequentavano la sezione femminile, e poi con i ragazzi, dimostrando anche di saper interpretare e di comprendere il modello culturale e il modo di vivere di un ambiente rurale.
Dell’apprezzamento di cui fu oggetto, fa pure fede una lettere di lode, che le fu inviata da Torino dal Presidente del Consiglio Provinciale Scolastico il 27 agosto 1875, in cui si precisa che essa era stata sollecitata dall’Ispettore Scolastico, il quale nella sua “recente visita” alle scuole di Montaldo aveva espresso la sua piena soddisfazione per il modo in cui Maddalena Morano conduceva la sua scuola.
Alla maestra a Montaldo Torinese erano affidate tutte e tre le classi della scuola elementare che gli alunni frequentavano soltanto nella stagione in cui non si svolgevano i lavori nei campi, pertanto il suo lavoro era faticosissimo e richiedeva particolari capacità organizzative e didattiche.
Maddalena conosceva bene questa situazione e la sua stessa esperienza di ragazza povera, che con fatica aveva potuto accedere agli studi, e la sua sensibilità educativa le consentivano di comprendere le difficoltà dei suoi alunni e di intuire le loro attese nei confronti della scuola, che troppo spesso li escludeva e li metteva in condizione di diventare vittime della ripetenza e della “moralità scolastica”.
Forse la stima di cui godeva in Paese, in cui frequentava soltanto la casa di una “signora (Damigella Rigotti) persona piissima e di età avanzata, presso la quale si radunavano le figlie che più inclinavano alla pietà” (non rifuggendo però “se si trattava di assistere infermi o di compiere qualunque altra opera buona,… dall’introdursi nelle altre famiglie dov’era accolta come un angelo”), le consentiva anche di “aiutare” i genitori a comprendere l’importanza dell’istruzione e della scuola e di invitarli e permettere ai loro figli di frequentarla.

APOSTOLATO SOCIALE E MAGISTRALE

Pertanto ella svolse un autentico apostolato sociale e magistrale facendo leva sulle doti e servendosi del suo ascendente per mantenere i giovani sulla retta via anche quando finivano il corso scolastico”. A questo proposito alcuni “testimoni” così si esprimono: “Non aveva bisogno di parlare: le bastava un cenno, quando occorreva, perché giovanotti e uomini” assumessero un atteggiamento rispettoso nei suoi confronti e cambiassero il loro comportamento.
Anche nella scuola, d’altronde, la Morano, pur riuscendo a farsi rispettare e amare dai suoi alunni per a dolcezza dei suoi modi, sapeva essere ferma e decisa nel richiedere loro di impegnarsi con serietà e costanza. A questo proposito, è esemplare una testimonianza di Teresa Pentore, che così scrive: “Madre Morano raccontava che, quando era insegnante a Montaldo, una sua allieva non aveva saputo la lezione, non aveva fatto il compito, e la maestra dovette darle un brutto voto.
Essa, che le aveva fatto un regalo, si offese e si lamentò con le compagne, la maestra le restituì il regalo dicendole: “Devo fare il mio dovere, e con tutte”.
In merito al suo magistero scolastico anche nella biografia del Favoni si legge che la Morano, in qualità di insegnante, esercitò un apostolato di altissima qualità “non solo attendendo con zelo all’istruzione degli allievi, ma dedicandosi con tutte le sue forze alla loro educazione religiosa”.
L’esercizio di quella che possiamo chiamare “missione” si espresse anche nell’insegnamento del catechismo, negli incontri extrascolastici con le ragazze, con le famiglie del paese, con coloro che avevano bisogno di aiuto e di conforto.
Anche nell’azione catechista ella sapeva andare oltre la proposta delle “formule”, sforzandosi di riferire il suo insegnamento alla quotidianità, alla vita delle fanciulle e delle ragazze a cui si rivolgeva.

UNA “NUOVA” SCELTA DI VITA

Nel corso della sua permanenza a Montaldo, la Morano maturò un’altra vocazione, quella religiosa, di cui forse aveva avvertito la presenza fin dalla sua fanciullezza e che aveva fatto probabilmente tacere per far fronte alle necessità della sua famiglia.
Pertanto Maddalena all’età di 31 anni fece richiesta al Consiglio Comunale di Montaldo Torinese di lasciare l’insegnamento. Le sue dimissioni furono accettate “con rincrescimento dopo che il Consiglio stesso l’aveva ripetutamente invitata a ritirarle” e i consiglieri vollero esternarle “li ben dovuti ringraziamenti per la istruzione da lei impartita, tanto alle scolare, che alli scolari” di quel comune “con tutta attività e zelo possibile”.
Inizialmente la scelta della famiglia religiosa non fu agevole e Maddalena, dopo essersi presentata a quella delle Figlie della Carità, che non poterono accettarla perché aveva ormai compiuto i trent’anni, e dopo aver pensato alle Domenicane o a qualche ordine di clausura, un giorno “ecatasi a Torino per tastar terreno, si sentì ispirata a passare nella Chiesa di Maria Ausiliatrice. E là le venne il pensiero di don Bosco e il desiderio di una sua parola.
Santo la esortò a presentarsi a don Giovanni Cagliero, già capo della prima spedizione missionaria, che, tornato in Italia nel 1877 per il 1° Capitolo Generale della Società Salesiana, aveva ripreso anche la direzione delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
Don Cagliero ne intuì l’indole ed il carattere vivace. E quando Maddalena accennò all’Ordine Domenicano, ed istituti di clausura, con quella franchezza che gli era propria, esclamò: “Suora di clausura? Oh no! Vi cadrebbe il libro dell’Ufficio dalle mani, perché non potreste star ferma”. Le consigliò invece di presentarsi a suor Elisa Roncallo, direttrice della prima casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Torino, e di prendere accordi con lei per far la prova tra le Figlie di Maria Ausiliatrice”.
Maddalena fece tesoro di questo consiglio ed entrò a far parte della famiglia salesiana, dove fu subito apprezzata per la sua sensibilità educativa, per le sue “abilità didattiche, per le sue capacità organizzative, per la ricchezza della sau femminilità posta al servizio di Dio e all’educazione cristiana della donna”.

IN SICILIA

Da suora svolse la sua missione educativa prevalentemente in Sicilia, dove arrivò nel 1881 e dove diede via ad una originale inculturazione del “metodo salesiano”, che attivò con discernimento per adeguare al contesto culturale dell’”isola del sole” le intuizioni pedagogiche di don Bosco.
Con particolare premura si rivolse alle ragazze, che troppo spesso erano povere perché “non avevano libertà di espressione e di decisione.
Inoltre, erano carenti di cultura e su di loro pesavano antiche tradizioni da rispettare”.
Come già aveva fatto a Montaldo Torinese, così in Sicilia seppe interpretare i bisogni coscienti e latenti di educazione e realizzò il suo apostolato nella scuola, nell’oratorio e nella parrocchia, imbattendosi in due problemi che particolarmente affiliggevano la popolazione dell’isola. “Da un lato c’erano i latifondisti che davano forza alle tendenze reazionarie opponendosi all’istruzione del popolo fino al punto di chiedere l’abolizione della scuola elementare “perché i contadini e i minatori non potessero, leggendo, assorbire idee nuove”. Dall’altro si facevano sentire i laicisti e i massoni che si opponevano alla religione nella scuola di Stato”.
Nonostante questo clima fondamentalmente laico e nonostante le leggi ostili alle istituzioni religiose, Maddalena Morano riuscì a gestire una Scuola Normale Femminile ed a realizzare un suo progetto di educazione integrale, in cui si dava spazio all’insegnamento della religione cattolica indispensabile per coltivare la dimensione religiosa della persona.
Significativo è, a questo proposito, quanto si legge nell’Ordinamento Scolastico del 1881 del Conservatorio delle Vergini in Trecastagni, diretto dalle suore Ausiliatrici. Ma altrettanto significativa è l’azione svolta da questa educatrice fuori della scuola e in particolare negli oratori femminili cui diede vita, in cui testimoniò la sua sensibilità educativa e la sua fedeltà “creativa” al metodo di don Bosco, attualizzato mediante il linguaggio della carità pastorale. Infatti nel suo pensiero “la carità costituiva il “luogo” ideale per la creazione di un clima umano positivo tra le educatrici, e tra queste e le ragazze “, che era favorito anche dall’alternarsi delle attività culturali, formative e ricreative che in essi si svolgevano. L’oratorio, che accoglieva ragazzi e ragazze del popolo, fu anche “il luogo di coinvolgimento nella vita della chiesa locale”! e per “ravvivare la famiglia di autentici valori”.
In coerenza prima con il progetto pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Benedetto Dusmet, tutto incentrato sulla carità e poi con quello del suo successore, l’arcivescovo Giuseppe Francica Nava, particolarmente attento ai bisogni della società catanese, dove si faceva sentire il fenomeno dell’urbanizzazione, causato in grande parte dalla crisi agraria, Maddalena Morano si impegnò fortemente sul piano sociale con l’intento di promuovere la conquista e il potenziamento di una concezione “autenticamente” cristiana della vita, mirando al superamento di una tradizione “ritualistica e precettistica” e ad “alimentare la dimensione sociale della fede stessa”, a “dare ragione, cioè, all’impegno dei cristiani nel sociale”.
Pertanto cercò “nuove vie” per proporre il messaggio cristiano, per far crescere la “parrocchialità” e per riorganizzare la catechesi, con il coraggio e con la competenza che aveva conquistato attraverso una lunga esperienza… che le consentiva di “animare” e di rendere efficace l’insegnamento catechistico. Per lei il catechismo era molto più di un formulario, che chiedeva soltanto di impegnarsi per imparare a memoria: “era accoglienza, incontro, relazionalità, cultura, gioia di comunicare e di apprendere la scienza di Dio”.
Per la vastità e la qualità della sua azione formativa e del suo impegno sul piano pastorale e sociale, Maddalena Morano (che la chiesa ha recentemente beatificato) può essere considerata una maestra educatrice, la cui progettualità ha superato i limiti della scuola, aprendosi alla società, offrendo alle fanciulle, alle famiglie e al popolo opportunità per la loro promozione umana e cristiana.
Di fatto la maestra di Montaldo Torinese realizzò un progetto educativo unitario e differenziato, la cui attuazione passava per le “tappe sicure dell’istruzione, della solida formazione religiosa, dell’educazione integrale della persona”, in vista del suo inserimento consapevole, attivo e costruttivo nella chiesa e nel mondo sociale…

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