Figlie di Maria Ausiliatrice | Sicilia

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«Mamma, è il Papa»

tratto da http://sociale.corriere.it/mamma-e-il-papa-bergoglio-tra-i-poveri-della-baraccopoli/

ROMA – Jhonatan ha sei anni, l’aria sveglia («non così, si scrive con la “h” dopo la “j”») e gli occhi neri che brillano d’intelligenza mentre racconta che ieri gironzolava sulla sua moto di plastica, spingendola deciso con le scarpe da tennis, quando il cancello in fondo al vialetto sterrato si è aperto ed è entrato quel signore vestito di bianco.

Ha sbarrato gli occhi, è sceso ed è corso verso casa: «Mammaaa! C’è Papa Francesco!». La madre ancora sorride, «ma cosa stai dicendo, gli dicevamo, nessuno poteva crederci». I primi a fidarsi sono stati gli altri bambini, poi le donne e gli uomini, « es Francisco … el Papa Francisco! », tutti a circondare il pontefice che sorrideva, «chi parla spagnolo?», seguito da un coro: «Tutti!».
In quella porzione di campo profughi in via delle Messi d’oro, alla periferia est di Roma, vivono sei famiglie ecuadoregne che una staccionata separa da un altro gruppo di baracche in legno e lamiera dove sono accatastati africani, afghani e pakistani, ucraini. Caritas, parrocchie e volontari conoscono bene la situazione, quest’estate il campo si era riempito di eritrei sbarcati in Sicilia, ciascuno aveva un biglietto con scritto «Roma metrò Ponte Mammolo». Così lo hanno detto a Francesco che andava in visita nella parrocchia vicina di San Michele Arcangelo e a sorpresa si è fatto indicare la strada dal parroco don Aristide Sana, ha fatto fermare la macchina di fronte alla baraccopoli, è sceso ed è entrato per primo da solo.

La gente che gli si fa incontro, il Papa che bacia i bambini, sorride per le foto, abbraccia ciascuno e recita con tutti il Padre Nostro, prima della benedizione. Come quando, a Buenos Aires, se ne andava la sera nella favela Villa 21 a trovare i poveri, lo chiamavano «padre» e molti non sospettavano neppure che fosse il cardinale.

Il caso ha voluto che ieri ci fossero decine di ecuadoregni, anche parenti e amici arrivati da fuori per fare una colletta in aiuto di una donna del campo malata di tumore. «Siamo poveri ma dignitosi», spiega Marco, il primo a arrivare dodici anni fa: «Qui c’era solo una discarica, abbiamo portato via l’immondizia e sistemato tutto». La baracca di legno è pulita e accogliente, hanno collegato luce e acqua, da fuori arriva il profumo di bucato dei panni stesi, i bambini sono tornati a giocare. La tavola apparecchiata con la cerata a fiori, gli strumenti musicali — chitarra, flauti, rondandor — appesi al muro, un grande Cristo crocifisso disegnato a matita sulla parete di fondo. Marco sorride: «L’ho fatto io, noi siamo cattolici, il Santo Padre in casa mia è un miracolo, gli abbiamo detto: grazie, Papa, perché sei una persona umile come noi. E Francesco ci ha chiesto di pregare per lui».
Bergoglio ne aveva parlato l’altro giorno: «Sembra che ogni città abbia la capacità di generare dentro di sé una oscura ”anti-città”. Che insieme ai cittadini esistano anche i non-cittadini: persone invisibili, povere di mezzi e di calore umano, che abitano “non-luoghi”, vivono delle “non-relazioni”. Individui a cui nessuno rivolge uno sguardo, un’attenzione. Non sono solo gli “anonimi”, sono gli ”anti-uomini”. Ed è terribile». All’Angelus ha ricordato la tratta di esseri umani, «una piaga vergognosa, indegna di una società civile».

Mentre usciva, dalle baracche accanto gli è andata incontro una famiglia di profughi ucraini: «Prego ogni giorno per voi». In parrocchia Francesco si è rivolto ai bambini: «Il padre della guerra è il diavolo, perché è il padre dell’odio». E ai clochard, cui ha donato un centinaio di sacchi a pelo: «Che la gente non sappia il vostro nome e vi chiami i “senzatetto”, e voi lo sopportate: è la vostra croce e pazienza. Ma nel cuore di tutti voi, vi prego di esserne sicuri, c’è lo Spirito Santo».

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