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Costruire rete per educare insieme: il primo modulo del percorso “Cura di sé e cura della missione”

di Chiara Callari

Si è svolto il 5 novembre 2025, presso l’Ispettoria Madre Maddalena Morano di Catania, il primo modulo del percorso formativo “Cura di sé e cura della missione”, guidato dallo psicologo e supervisore dott. Fabio Settipani.

Il tema di questa prima tappa, “Organizzazione interna per un lavoro di rete efficace”, ha offerto alle équipe educative un’importante occasione di riflessione condivisa sul valore della collaborazione e sulla costruzione di relazioni significative all’interno delle comunità e con il territorio.

Cinque comunità, un’unica missione educativa

Al corso hanno preso parte le cinque Comunità-alloggio delle Figlie di Maria Ausiliatrice presenti in Sicilia:

  • “Ausilia” e “D. Savio” di Pedara (CT), che ospitano rispettivamente 10 e 6 minori;
  • l’Istituto Maria Ausiliatrice Longo di Cammarata (AG), che ospita 15 MSNA (Minori Stranieri Non Accompagnati);
  • “Eusebia” e “Laura” di Nunziata di Mascali (CT), che ospitano rispettivamente 8 e 10 minori.

Queste Comunità, pur nelle loro differenze, condividono una comune ispirazione educativa: il sistema preventivo di Don Bosco, fondato su ragione, religione e amorevolezza. Un modello che si concretizza nella presenza educativa attiva, nella centralità della persona accolta e nella costruzione di un ambiente familiare, sereno e gioioso, dove ogni minore possa sentirsi accolto e riconosciuto nella sua unicità e integrità.

Educazione come atto corale

L’incontro, apertosi con una preghiera condivisa e partecipata, ha proseguito, poi, con l’ascolto del brano “Un buon motivo per vivere” del gruppo The Sun, che comunica energia, fede e desiderio di costruire un mondo migliore, fondato sull’amore reciproco.

Successivamente è stata proposta dall’ispettrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice , Sr Angela Maria Maccioni  la lettura del discorso del Santo Padre Leone XIV agli educatori in occasione del Giubileo del mondo educativo. Il dott. Settipani, riprendendo le parole del Papa, ha sottolineato come l’educatore debba essere educatore di fratellanza e comunità. L’educatore, infatti, non può educare nella solitudine, ma insieme agli altri: l’educazione deve essere corale. Un messaggio che invita a riscoprire il valore del “noi”, a superare l’individualismo e a fare dell’educazione un percorso condiviso, vissuto nella collaborazione e nel confronto continuo.

Dal territorio al “terricomio”: riconoscere e superare l’isolamento

Nel corso della sua riflessione, il dott. Settipani ha posto alle équipe tre domande-chiave: “Dove siamo? In che tipo di <noi> siamo inseriti rispetto alla società? Cosa fa il territorio che ci circonda per i nostri utenti?” 

Domande che hanno stimolato un confronto sul ruolo delle comunità all’interno del tessuto sociale e sulla qualità dei legami con l’ambiente circostante.

Il relatore ha introdotto il concetto di “terricomio”, termine provocatorio con cui ha descritto un assetto sociale in cui prevalgono isolamento e indifferenza, un territorio che ha perso la propria capacità di creare relazioni. Un contesto che spesso non riconosciamo come disfunzionale perché è divenuto la “normalità”.

I nostri utenti vivono costantemente il disagio di essere strappati dalle proprie famiglie e dai propri territori, ha spiegato Settipani, e in questo distacco perdono parte della loro identità. Da qui la necessità di ricreare territorio, cioè di rigenerare legami autentici e solidali, di promuovere ascolto, empatia e cooperazione, di adottare approcci non violenti e orientati al benessere collettivo. Solo così è possibile favorire la piena integrazione ed inclusione dei minori e restituire vitalità alla comunità.

Metodi per costruire rete

A sostegno di questa prospettiva, il dott. Settipani ha presentato due strumenti fondamentali per promuovere un lavoro di rete efficace:

  • Gruppi multifamiliari: momenti di incontro tra famiglie di diversi utenti, per condividere difficoltà e risorse, sostenendosi reciprocamente e attivando nuove sinergie di aiuto;
  • Open Dialogue: un metodo che coinvolge tutte le persone significative nella vita del minore (familiari, amici, educatori, associazioni, parrocchie, ecc), creando un dialogo aperto, orizzontale e partecipato.

Entrambi i metodi favoriscono la nascita di reti vive e inclusive, capaci di contrastare l’isolamento, di generare senso di appartenenza e speranza. Quest’ultima intesa, riprendendo le parole del filosofo Umberto Galimberti, non come astratta, ma figlia di azioni concrete.

Il lavoro di rete, quindi, non è solo un principio teorico, ma un insieme di azioni reali che consentono di restituire normalità e fiducia agli utenti e di costruire un territorio sano, dove l’integrazione è frutto di relazioni autentiche.

Il laboratorio “Mappa di rete”

La seconda parte della giornata è stata dedicata al laboratorio pratico “Mappa di rete”.

Ogni équipe educativa ha elaborato, su cartelloni, la rappresentazione della propria rete relazionale, ponendo la Comunità-alloggio al centro e collocando attorno ad essa i diversi soggetti con cui è in relazione: famiglie, scuole, associazioni, servizi territoriali, enti, parrocchie, ecc.

Questo lavoro ha permesso di visualizzare le tipologie di relazioni in termini di vicinanza e distanza, di individuare punti di forza e aree di miglioramento, e di progettare azioni migliorative concrete per rafforzare la collaborazione.

Dalla condivisione finale sono emersi diversi punti di contatto tra le Comunità: la volontà di coinvolgere maggiormente famiglie e amici degli utenti attraverso momenti di socialità, come feste o incontri comunitari; il desiderio di rafforzare i legami con scuole e associazioni del territorio, attraverso attività educative e di sensibilizzazione sui temi delle famiglie d’appoggio e delle immigrazioni.

Dalla riflessione all’azione

Il modulo si è concluso con gli interventi delle direttrici delle Comunità, che hanno sottolineato la necessità di tradurre quanto emerso in azioni concrete, per evitare che la riflessione resti confinata nel piano teorico.

È stata ribadita l’importanza di sviluppare una leadership partecipativa e democratica, capace di valorizzare il contributo di ciascun educatore e di rendere il lavoro d’équipe più coeso ed efficace.

Allo stesso tempo, Sr nella ha fatto emergere  la volontà di “esportare” il metodo educativo salesiano anche nel mondo laico e nelle cooperative sociali, dove spesso i metodi educativi risultano distanti dai principi dell’integrazione e della cura della persona. Il sistema preventivo di Don Bosco si conferma infatti un modello universale, capace di ispirare qualunque contesto educativo.

Conclusioni: educare è costruire rete

Il primo modulo del percorso “Cura di sé e cura della missione” ha ricordato che educare è un atto comunitario, dove il noi comunitario si deve identificare in un noi collettivo,  che nasce dal dialogo e dalla collaborazione.

Creare rete significa coltivare speranza concreta, ricostruire territori di senso e restituire valore alla relazione educativa.

Solo così si può passare dal “terricomio” a un territorio vivo, dove educare diventa un’esperienza di reciprocità ed è possibile la piena integrazione ed inclusione delle persone.

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