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Era ipertecnologica, scommessa sull’umano

Si sta svolgendo a Roma il convegno “Nuovi Media e Nuovo Umanesimo” organizzato da Anicec e promosso dall‘Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali e dall‘Università Cattolica del Sacro Cuore in occasione dei dieci anni del Direttorio Cei sulle comunicazioni sociali. “L’era digitale è l’era della scommessa sull’umano”. Ne è convinto monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, intervenuto al Convegno su “Nuovi media e nuovo umanesimo”. “O abitiamo questo tempo, o saremo assorbiti da un modello tecnico che ci sfuggirà di mano, perché va molto più veloce di noi”, ha ammonito il portavoce della Cei, ricordando che “il realismo cristiano è quello di chi sa che ciò che fa la differenza è la persona umana. I media hanno senso laddove riescono a farci essere più umani, a produrre la cultura dell’incontro”. Oggi, per mons. Pompili, “i contenuti della comunicazione sono ciò che le persone condividono. I media siamo noi”. Il modello da seguire è quello della “Chiesa in uscita” auspicata dal Papa, che “decide di annullare le distanze rispetto ai suoi interlocutori”. Di qui la necessità, ha concluso il sottosegretario della Cei, di “rompere schemi e gabbie ideologiche, anche all’interno dell’“ecosistema dei media cattolici”, chiamati a fare “unità nelle differenze”.  Riportiamo di seguito l’intervento di  monsignor Domenico Pompili.

Il ruolo dell’umanista cattolico consiste nel coltivare una riverenza non ordinaria verso il passato e la tradizione mentre esplora ogni sviluppo a lui contemporaneo cercando le cose dell’uomo, che il passato non ha ancora rivelato” (M. McLuhan, La luce e il mezzo, p. 168). Questa citazione di un McLuhan meno noto mi pare estremamente appropriata per introdurre una riflessione tesa a rilanciare e attualizzare il Direttorio sulle Comunicazioni Sociali, a dieci anni dalla sua pubblicazione.

Un testo dove le comunicazioni sociali sono un crocevia di cambiamento e dove si auspica per i cattolici un passaggio ‘Da spettatori a protagonisti della nuova cultura mediale’ come titola uno dei paragrafi iniziali. In realtà, molte trasformazioni sono avvenute dal 2004 e nuovi modi di essere protagonisti sono oggi possibili e diffusi. Per certi versi, dunque, ilDirettorio parla di un contesto ormai in parte superato, per la velocità dei mutamenti tecnologici e culturali di questi dieci anni. Ma, per altri versi, è ancora estremamente attuale e molte delle indicazioni metodologiche in esso contenute, proprio alla luce del nuovo contesto, possono essere ulteriormente riprese e sviluppate. È forse venuto il momento di una integrazione che aggiorni questo strumento, per renderlo operativamente ancora più utile oggi.

Esplorare gli sviluppi della contemporaneità significa, prima di tutto, prendere atto che il contesto della comunicazione è profondamente cambiato tra il 2004 e oggi.

La digitalizzazione dei media, sempre più convergenti tra loro, perennemente attivi e sempre più pervasivi e integrati nei nostri ambienti quotidiani, rende oggi forse superata l’idea, presente nel Direttorio, di ‘cultura mediatica’ o di ‘comunicazioni sociali che plasmano una nuova cultura’ (cap, I) o di ‘societa mediatica’ (cap. IV). Non perché i media non siano importanti: al contrario, perché sono diventati una componente imprescindibile del nostro ambiente, indipendentemente dal fatto che li usiamo o no. Società mediatica è quasi una tautologia. I media sono ormai parte costitutiva dell’ambiente, non sono isolabili come variabile a se stante. Anzi ogni tentativo di enuclearli come variabile autonoma non fa che fa favorire interpretazioni deterministiche del loro funzionamento, sia nella variante euforica (ci rendono socievoli e liberi) sia in quella disforica (ci rendono soli e manipolabili). Sarebbe come voler immaginare una società senza strade, o senza elettricità. Ne esistono, ma non è così quella in cui viviamo. Dove ci sono luoghi che siano ‘immuni’ dai media, a cominciare da quel ‘medium senza contenuto’ che – secondo McLuhan – è la luce elettrica, che così radicalmente ci ha consentito di prescindere dai ritmi naturali del giorno e della notte? Un contesto, quello di oggi, dove i dispositivi non si attivano solo quando li facciamo funzionare, ma interagiscono tra loro in un sistema sempre più integrato: è il cosiddetto internet of things, dove tutti gli oggetti possono acquisire un ruolo attivo e ‘dialogare’ tra loro grazie al collegamento alla Rete. Sempre meno strumenti e sempre più ambiente.

Se questo è il dato di partenza, a noi decidere se adattarci semplicemente a questo ambiente, o abitarlo e renderlo abitabile, dandogli una forma dove la nostra umanità possa esprimersi e fiorire. È questa direzione dell’abitare, formulata già a partire dal convegno Testimoni Digitali del 2010 (22-24 aprile) e ora divenuta espressione di uso comune, che si sta cercando sempre più di esplorare e sviluppare in tutte le sue implicazioni.

In questo mutato contesto, assume una nuova centralità la relazione, che è l’elemento veramente qualificante il passaggio da un ambiente web 1.0 a uno 2.0. La rivoluzione dei media personali, degli smartphone che consentono di emanciparsi dal personal computer e poter essere sempre connessi, in mobilità, ha reso possibile una nuova centralità dell’interazione. Rispetto alla fase precedente, dell’accessibilità a ogni tipo di contenuto, ora – come sostengono autori come Manuel Castells e Henry Jenkins, è il pubblico stesso a diventare il contenuto. Oggi il web, con l’enorme diffusione dei social media (ancora totalmente assenti nel 2004) è il regno della conversazione e della condivisione. Diventano sempre più importanti le storie individuali, le esperienze, l’implicazione, il coinvolgimento. Che li si chiami grassroots media, citizen media, media partecipativi, essi sono sempre facilitatori di uno scambio continuo tra chi produce un messaggio e chi lo riceve e rielabora. Come scrive Pierre Lévy, le comunità oggi sono sempre più cementate dalla mutua produzione di conoscenza e dal suo reciproco scambio. In altre parole, si è passati dal computer come medium interattivo al web come spazio partecipativo.

Sono proprio questa partecipazione, il coinvolgimento, la centralità della relazione e della condivisione (tra le persone) che tessono un continuo legame tra territori materiali e digitali (tra i mondi), rendendo la contrapposizione online/offline non solo poco vicina alle pratiche e ai vissuti, soprattutto dei giovani, ma origine di un dualismo che ostacola comprensione e azione responsabile nel nuovo ambiente ‘misto’. Il problema non è dover scegliere tra vita on-line o vita off-line, come fossero antagoniste; la vita è una, e siamo sempre noi a navigare tra i diversi ambienti: on-life.

Un aspetto del Direttorio più che mai attuale e meritevole ulteriore sviluppo è proprio la centralità del ‘fattore umano’ rispetto alla dimensione tecnologica e l’idea di ‘responsabilità diffusa e condivisa’ (anche dagli utenti); o, detto con un linguaggio diverso, dei media come sistemi multi-agente, in cui a ciascuno è chiesto di fare la sua parte. Questo passaggio ė fondamentale, perché solo a partire da una prospettiva antropologica si possono scongiurare dualismi e determinismi, discernere le insidie del nuovo ambiente e valorizzare le nuove opportunità a favore dell’umano.

Il passaggio decisivo da una prospettiva orientata all’umano ma focalizzata sui media a una pienamente centrata sull’umano, e sui media solo in seconda battuta è tracciabile, a posteriori, leggendo in successione i titoli degli ultimi due messaggi per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (l’ultima di Benedetto XVI e la prima di Francesco), che sono sempre le ‘bussole’ che orientano il cammino dei nostri uffici e dei nostri media: dalle ‘reti sociali’ del 47esimo alla ‘cultura dell’incontro’ del 48esimo. I media hanno senso e segno positivo laddove contribuiscono, si pongono al servizio di questa cultura. Essi sono quella strada da Gerusalemme a Gerico, quei grandi connettori e moltiplicatori di mobilità che oggi costituiscono il nostro ambiente. Di per sé ci offrono più possibilità di muoverci e di incontrare i lontani: ma non è la strada che ha impedito al sacerdote e al levita di fermarsi, né costretto il samaritano a interrompere il suo cammino. È la responsabilità che ci prendiamo: se esistere per noi stessi o fare spazio all’altro, prendendocene cura.

Questa postura esistenziale, che i media in sé né abilitano né disabilitano, offre poi uno sguardo di libertà su tutto questo mondo ipermediale che altrimenti tenderebbe a sedurci e a risucchiarci nelle sue logiche: come il Samaritano che, in quanto straniero, è più libero dalle categorizzazioni e dalle convenzioni sociali, e sa cogliere l’unità della famiglia umana al di là delle differenze apparenti. Abbatte i muri che ci dividono, invece che darli per scontati.

Il fattore umano si esprime dunque nell’essere-in-relazione: non una relazione qualunque, ma una relazione di ascolto e sollecitudine premurosa, come l’icona del comunicatore scelta da Papa Francesco ci suggerisce.

Paradossalmente, l’era ipertecnologica è l’era della scommessa sull’umano: o abitiamo questo tempo e questi nuovi spazi con attenzione e premura per l’umano, o saremo assorbiti da un modello tecnico che ci sfuggirà di mano, perché va molto più veloce della nostra capacità di elaborarne i significati. Una terza via non c’è.

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