Twitter, a differenza di Facebook, è pensato per informazioni rapide e aperte alla ricezione immediata di quanti decidano di mettersi in ascolto: non ‘amici’ bensì followers, seguaci, appunto. Passate le curiosità generiche, sarà proprio questo a restare: un pubblico vasto composto di singole persone che potranno ascoltare quando e come piacerà loro ciò che Benedetto XVI comunicherà con frasi estrapolate dalla sua attività pastorale. E potranno, se vorranno, ‘ritwittare’ (cioè rilanciare) questi brevi messaggi ad altri, contribuendo ad allargare la rete, un circuito che cresce attraverso un meccanismo di stima e di interesse. Credo che in questo modello di diffusione ci sia qualcosa di profondamente cristiano. Un accesso libero e non formale, che si trasforma in un riecheggiare di parole che interessano perché prima di noi hanno colpito e interessato qualcun altro che stimiamo e del quale seguiamo le opinioni.
È già stato fatto notare come le massime bibliche ed evangeliche sembrino tagliate su misura per Twitter. Questa misura breve può risultare per tanti più accessibile di lunghe riflessioni o di omelie che, pur significative, non fuoriescono dalle mura delle chiese.
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