Per apprendere ed esercitare la speranza

 

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La preghiera come scuola di speranza e l’incontro personale con l’Amore di Gesù Cristo che ci salva.

STRENNA, punto 5
Linee programmatiche, pag. 21

Il Rettor Maggiore ci ha donato, quest’anno, una Strenna di particolare attualità: nel contesto di questi mesi, il richiamo alla speranza è davvero necessario.

Nella quinta parte del commento egli ci propone i luoghi dove apprendere ad esercitare la speranza, ispirandosi, in buona parte, alla Spe Salvi di Papa Benedetto XVI (nn. 32-48).

Di questi luoghi il primo indicato nell’enciclica è la preghiera come scuola di speranza: una preghiera che diventa una condizione, gradualmente sempre più stabile, di consapevolezza della presenza amante della Trinità nella nostra storia personale, nella grande storia dell’umanità, un’esperienza profonda dell’amore di Gesù Cristo per noi, di un Dio vicino, Padre, Fratello, Sposo, che ci ascolta quando nessuna creatura lo fa, con cui possiamo sempre parlare cuore a cuore come ad un amico. Santa Teresa d’Avila diceva che la preghiera è “Tratar de amistad” (intrattenerci con amicizia) con Dio, anche in dialetto ci suggerisce madre Mazzarello; la presenza di un Padre che non ci lascia mai soli a lottare per il bene, per il Regno, per la santità, che anzi ci aiuta sempre.

Sperimentare queste certezze è possibile solo nel contesto di una viva e profonda vita di fede e la fede si nutre di preghiera.

Non è possibile pensare alla speranza separandola dalle fede e dalla carità. Un poeta francese, Charles Peguy, dice che senza di lei non potrebbero esserci neppure le altre due, “perché la Fede non vede che quello che è. E lei vede quello che sarà. La Carità non ama che quello che è. E lei, lei ama quello che sarà”.

Quando parliamo di una preghiera che nutre la speranza, parliamo di una preghiera mossa dallo Spirito Santo che prega in noi, fa crescere il nostro desiderio di Dio, allarga il nostro essere perché diventi sempre più capace di Lui e, in Lui, capace di amare gli/le altri/e come Egli li/le ama.

Entrare così nella preghiera significa esporci alla Sua Luce, disponibili ad un cammino di purificazione radicale dai nostri desideri e dalle nostre speranze, perché possano essere sostituiti  dai Suoi desideri e speranze; di purificazione dai pretesti con cui ci teniamo ancorati alle nostre convinzioni; disponibili ad uscire da un cammino di fede, ridotto al minimo indispensabile, senza slanci di generosità, dalla logica del “fin qui basta…”, per rispondere sempre di sì agli appelli di Dio.

E’ un cammino molto esigente, ma non è estraneo al nostro carisma, anzi. Se guardiamo madre Mazzarello non possiamo non vedere come la sua santità si sia edificata sulla progressiva crescente docilità a Dio che l’ha guidata alla missione giovanile e le ha fatto scoprire, prima ancora di conoscere don Bosco, le vie per condurre a Lui le fanciulle.

Madre Morano esortava “allarghiamo il cuore alla speranza” e questo non è possibile senza l’azione dello Spirito.

Quando affermiamo che la preghiera di cui stiamo parlando non è una sequela di formule, ma uno stato progressivamente più costante della persona, non diciamo che “le preghiere” non siano necessarie, ma che hanno senso e valore solo all’interno dell’atteggiamento interiore di preghiera.

Per aprire la strada a questa pienezza di vita interiore è anzi necessario vivere con fedeltà e disponibilità la preghiera esplicita: quella personale e quella liturgica, quella tratta dalla Tradizione della Chiesa e quella che è in sé Parola.

Tutto questo ci nutre e ci mette nel solco delle tante cristiane e dei tanti cristiani che hanno nutrito di preghiera la loro vita.

Quando preghiamo con i Salmi siamo sulle orme di Israele e dei credenti che nei millenni si sono rivolti a Dio con quelle parole, usiamo le stesse parole impiegate da Gesù e dalla Madonna; quando ci uniamo alla Liturgia preghiamo con tutta la Chiesa in tutto il mondo e attraverso tutti i secoli e le culture.

Quando facciamo nostre le preghiere della tradizione: il Rosario, alcune formule antichissime, come il Sub tuum praesidium, ci facciamo voce di chi nella Chiesa ci ha preceduto nell’ invocazione, della lode, nel ringraziamento, nella supplica, nella richiesta di perdono.

Solo col cuore aperto e trasformato dalla preghiera possiamo essere donne di speranza, capaci di guardare al di là degli eventi, anche tragici, con cui dobbiamo misurarci, di affidarci al Padre perché sia Lui a condurci verso il Bene, di vivere abitualmente l’incontro con l’amore salvifico di Gesù.

Solo maturando questo sguardo interiore diventiamo capaci di educare nella speranza e alla speranza chi ci viene affidato!

 

Suor Maria Concetta Ventura FMA

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