E NOI CHE RESTIAMO…

E noi che facciamo i conti con quel silenzio che viene dopo?

Che restiamo paralizzati in quello spazio che ci appare di colpo vuoto?

Quando quel silenzio fa tanto rumore che la musica del mondo non la sentiamo più… Quando quel vuoto schiaccia a tal punto i nostri orizzonti da impedirci di sognarne di nuovi…

Chi diventiamo dopo che loro se ne sono andati?

Loro. Amici, parenti, amori che avremmo giurato fossero eterni.

Ognuno di noi ha dei loro affacciati teneramente alle sponde scontornate della memoria.

Ognuno di noi ha dei loro che, pur non essendoci più, ancora ci fanno tremare gli occhi e il cuore. Dei loro che sembrava avrebbero beffato il tempo prima che arrivasse Lei.

Difficile provare a parlare di Lei.

Fulminea cacciatrice di anime. Paziente esattrice di un tributo che nessuno vorrebbe pagare. La signora vestita di nero.

Lei. La morte.

Lei che si offre alle nostre esistenze in tutta la sua inevitabilità e poi toglie il disturbo di colpo, lasciandoci orfani di calore umano ed eredi di assenza. Assenza di quelli che se ne vanno. Tragedia per quelli che restano.

Da qui la domanda, quasi un grido disperato verso il cielo “E noi che restiamo?!”

Son sempre i migliori che partono

Ci lasciano senza istruzioni

A riprogrammare i semafori

In cerca di sante ragioni

(dal brano Terra degli uomini di Jovanotti)

Restiamo “senza istruzioni”. Le istruzioni sono importanti. Ci hanno salvato da bambini per costruire i giochini dentro gli ovetti di cioccolato. Ci salvano da grandi per montare qualche strano mobile acquistato all’Ikea. Le istruzioni servono, eccome! Sante istruzioni! Quali sono le istruzioni per riprogrammare la nostra vita, quando la morte ci ha presi di striscio e si è portata via chi amavamo? Come facciamo a far funzionare bene la nostra vita di impegni a incastro e relazioni complicate, dopo che un ingranaggio si è rotto? Siamo davvero riparabili come macchine? O forse non dovremmo pretendere di esserlo, riparabili. Forse dovremmo accettare di procedere rotti, con le nostre crepe che ogni tanto mandano fuori strani rumori, scricchiolii di fragilità, echi di nostalgia, cigolii di solitudine. Forse dovremmo, addirittura, stenderci della polvere d’oro su quelle crepe, come si fa nell’arte giapponese, per dare valore alle fratture dei vasi. Alcuni potrebbero dire che questa è ostentazione del dolore. Che sia un’ipocrisia tentare di colorare un tunnel che rimarrà tutto nero. Non lo so. Non so se sia più giusto nascondere il dolore dentro di noi o buttarlo tutto fuori sperando che passi. Ognuno fa i conti col dolore a modo suo, secondo la propria forza e secondo il tempo che la vita gli concede di addolorarsi. Un papà che perde il figlio e che sa che dal suo lavoro dipende la vita degli altri tre figli rimasti, immagino, abbia poco tempo per addolorarsi. E a quel papà auguro tanta forza. La cosa che mi preme di più capire è se quel dolore immenso di perdita che ci tocca, possa essere trasformato in una ricerca. Una ricerca di cosa? Di una buona ragione per vivere, magari. Sarebbe bello trovarne tante, una bella scorta, per far fronte ai giorni in cui vorremmo solo lasciarci morire di fame. Dovrebbero essere buone ragioni. Magari anche “sante ragioni” come canta Jovanotti. Sarebbe un miracolo se ognuno riuscisse a trovare la forza di cercarle, oltre il dolore spaventoso delle crepe che si porta dentro.

Questo non vuol dire, banalmente, voltare pagina, rinnegare coloro che non ci sono più. Non vuol dire dimenticarsi di loro. Penso che, paradossalmente, quelli che se ne vanno diventano doppia presenza nella nostra vita. Presenza nel ricordo e nella forza che ci infondono nel loro stato di Grazia. Dipende da noi se vivere questa presenza come dono o come maledizione. Anche in questo il Signore ci lascia liberi.

Diceva Sant’Ignazio di Loyola:

Prega come se tutto dipendesse da Dio e lavora come se tutto dipendesse da te”

 È una frase che mi fa ricordare che la partita della nostra anima si gioca qui e ora con il nostro corpo fragile e mortale e con tutte le crepe che possiamo procurarci nel frattempo. Mi fa ricordare che il Signore ci vuole vigili, in movimento, alla ricerca. Alla ricerca, nonostante tutto, e nonostante la morte dei nostri cari. Alla ricerca di sante ragioni.

Pensando alla Solennità di Ognissanti, mi viene in mente il fatto che i Santi, i prescelti ad una vita consacrata e alla missione cristiana, sono stati, prima di tutto uomini e donne. Persone come noi. Come tutti. È un pensiero che dovrebbe confortarci dalla paura di non essere mai all’altezza della vita che ci tocca, con il suo bagaglio di pene e miracoli mescolati insieme.

Il punto di partenza dei Santi è stato un corpo di carne mortale e fragilità del cuore, sola arma insieme alla Fede nella battaglia fra Bene e Male. Anche loro avranno avuto sicuramente le loro crepe con cui convivere, anche loro avranno pianto amaramente per i loro cari defunti. Cosa li ha aiutati a non rassegnarsi al dolore? La Santa Ragione per eccellenza. L’Amore. L’Amore per Cristo e per le sue creature.

È a questo Amore che fa riferimento San Francesco d’Assisi nel suo Cantico delle Creature, quando loda il Signore per le bellezze del creato. Perché la Bellezza è testimonianza d’Amore. E, forse, potrebbe essere una di quelle sante ragioni da ricercare. La bellezza di ogni singolo giorno che ci viene donato da vivere. Nell’esprimere la sua lode al Signore, San Francesco ringrazia, paradossalmente, anche per sorella Morte. A testimonianza del fatto che anche la morte, per quanto oscura e terribile,  è compagna indissolubile e speculare dell’esistenza.  Dell’esistenza terrena, solamente, però. Perché qui entra in gioco l’Amore. Amore che salva, al di là della vita, al di là della morte. Amore che sopravvive oltre il Tempo misurabile. È in quel genere di Amore che io credo, con tutta me stessa, che coloro che non sono più con noi ci aspettano.

Anche San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi ci parla di Amore (la Carità, la forma più alta di Amore). La descrive come la condicio sine qua non, la condizione dalla quale non si può prescindere per fare qualsiasi cosa. E senza la quale ogni nostra azione viene svuotata di senso e valore. Per lui l’Amore era ed è la Santa Ragione che deve guidare ogni essere umano.

Infine non posso non pensare che è stato Gesù Cristo stesso ad indicare l’Amore come priorità, come nuovo punto cardinale sul quale regolare il proprio cuore, quando ha detto Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri (Gv.13,34)

Quale santa ragione se non questa, allora? Basterebbe questa sola certezza, per continuare a respirare.

Che, forse, quelli che restano sono proprio le sante ragioni di quelli che restano.

Lorelay Lo Piano

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