QUEL GIARDINO DEGLI ULIVI

“ Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia, non sia fatta la mia, ma la tua volontà».  Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’ angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra.”

È solo un piccolo passo del vangelo di Luca, quasi una parentesi narrativa, tra  l’Ultima Cena e il supplizio vero e proprio di Gesù.

Sembrerebbe quasi l’ultimo atto di ribellione di Gesù-uomo ad un disegno divino prestabilito. Credo sia, invece, il passo che dà senso a tutto quello che lo ha preceduto e a tutto quello che accadrà dopo.

Prima abbiamo Gesù che nasce, che parla bambino nel Tempio, che impara il mestiere di suo padre, che viene battezzato da Giovanni Battista, che chiama a sé gli Apostoli, predica a folle intere di persone, fa miracoli, racconta parabole. Gesù che arriva a Gerusalemme, che spezza il pane a tavola per l’ultima volta.

Dopo abbiamo Gesù che si lascia arrestare, processare, flagellare e crocifiggere.

Tra il prima e il dopo abbiamo quel giardino degli ulivi.

La zona di confine tra ciò che è stato e ciò che dovrà accadere. Io credo che i momenti decisivi della Passione si siano giocati all’ombra notturna di quegli alberi.

È una notte serena nella campagna addormentata di Gerusalemme. Il chiarore lunare addolcisce le ombre tetre degli ulivi e rende gli spigoli di roccia più ospitali. Non un alito di vento si sente nell’aria.

Solo il rumore di un passo lento.  Di un paio di sandali che d’un tratto arrestano il loro cammino. Di due ginocchia che cadono stanche, sotto il peso di una tunica umida e di un corpo avvolto dai brividi. Un uomo è prostrato a terra. Piange. Trema. Ha paura.

Per me è tutta qui, la Passione.

Poche ore. O pochi interminabili minuti. Nessuno lo sa.

Nessuno sa quanto tempo impiegò Gesù ad accettare il fatto di dover morire. L’evangelista  Luca ci riferisce, però, con poche ed emblematiche parole, il suo stato d’animo: angoscia.

Di che si tratta esattamente?

Angoscia, dal verbo latino angere che significa stringere, soffocare. Il vocabolario ci offre questa spiegazione:

sensazione dolorosa di stringimento all’epigastrio (la bocca dello stomaco), accompagnata da gran difficoltà di respiro e da profonda tristezza; affanno; dolore che quasi preme il cuore.

Un dolore tale che il sudore bagna la terra come gocce di sangue. Questa è l’immagine suggerita dall’evangelista per descrivere lo stato d’animo di Gesù.

Un flagello tutto interiore, forse, più doloroso della stessa Crocifissione e più amaro   del boccone di pane  intinto nel vino insieme alla consapevolezza del tradimento di Giuda. Di un amico.

Ma nel paesaggio notturno di quegli ulivi, tutto è diverso. Lì Gesù viene flagellato e crocifisso dalla sua Paura di uomo. In confronto, lo scempio della sua carne fatto più tardi da frustate, sputi, spine e chiodi è poco più di un graffio. Il Suo legno di Croce più pesante è stato quello degli alberi a cui si è appoggiato per non cadere, mentre le gambe tremavano. I pugni che ha stretto nella disperazione e nella paura hanno lacerato la carne più dei chiodi. Le lacrime e il sudore gli hanno scavato il volto più degli sputi dei soldati.  In quel giardino la polvere e i sassi, contro la sua fronte prostrata, gli hanno graffiato la pelle quasi fossero lunghissime spine. Ma da questa prima Passione Cristo esce vittorioso.

Il nemico più duro da sconfiggere, per Gesù-uomo, non era la Morte. Era la Paura.

Perché dalla paura si può ancora decidere se scappare o rimanere ad affrontarla.

Gesù è rimasto.

Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione.”

Ecco l’ultima esortazione di Gesù ai suoi amici, che risuona fino ai nostri giorni. Ci ha lasciato il comandamento nuovo, quello di amarci gli uni gli altri. Ma ci ha anche ricordato di restare svegli, di alzarci e pregare. Per non cadere in tentazione. Per non cadere preda della Paura, del dubbio, dell’immobilità generata dall’abitudine. Per non chiuderci in noi stessi.

Quale migliore esortazione se non queste parole nel momento delicato che stiamo vivendo? Adesso che cominciamo a capire la Quaresima alla luce della privazione in cui la quarantena ci ha costretti. Adesso che cominciamo a riscoprire il valore di due mani che accarezzano, che lavorano, che pregano. Adesso che sentiamo le nostre giornate vuote di impegni, del necessario e dell’inutile. E soprattutto vuote di altre mani che, al momento, non possiamo toccare. Adesso che le pareti e gli affanni delle nostre case ci circondano come le pietre di un sepolcro. Un sepolcro che è soprattutto dentro di noi.

 All’alba della Pasqua, al di là della pietra rotolata via dal sepolcro, l’invito degli angeli è chiaro:

“Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato.”

Colui che è Via e Verità non poteva non essere anche Vita.

E il solo modo che abbiamo di cercarlo, di pregarlo, di trovarlo… è da svegli, attraverso la nostra vita. Con la nostra vita.  

Buona Pasqua del Signore!

Lorelay Lo Piano

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