In filigrana, da un manoscritto inedito di Dusmet, San Francesco di Sales e San Giovanni Bosco

Emerge da un discorso inaugurale ai salesiani di Catania, pronunciato dal Cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, il 18 maggio 1890, un profilo semplice e profondo sulla figura di San Francesco di sales, patrono dei giornalisti. Si tratta di un manoscritto inedito del Beato Dusmet portato alla luce e consegnato alla Storia dall’accurato ricercatore di fonti mons. Gaetano Zito.

«D. Bosco – recita il testo – fu cultore assiduo, fedele e devoto dell’esperto ed insieme santo Vescovo di Ginevra, e sì ne imitò le maniere squisite e ne applicò gli aurei dettami nel governare le cose proprie e le altrui, che mal non si apporrebbe chi lo chiamasse il Francesco di sales dell’età moderna».

In effetti, Dusmet coglie il cuore della spiritualità di San Francesco di Sales: un uomo conosciuto per la sua capacità di armonizzare la passione per la verità con la bontà d’animo, anche nei dibattiti con i protestanti del suo tempo. Un Vescovo la cui unica intenzione era di andare incontro a ciascuno con la proposta del messaggio evangelico. Uno scrittore dallo stile chiaro ed essenziale, attento a cogliere i segni dei tempi e a farsi capire. In tal modo, Dusmet mentre parla di san Francesco di Sales tratteggia la personalità di Don Bosco.  

Il Sales, scrive il beato Dusmet era  «convinto e persuaso che gli uomini secondo pensava il Sales col rigore diventan più crudi, laddove la dolcezza d’ordinario li ammorbidisce».  Anche «D. Bosco versò sempre la manna della soavità sul vino dello zelo, affinché il medesimo non tornasse troppo asprigno, piccante e rovente, ma blando, delicato e gentile. Così egli il mite D. Bosco mostrò praticabile la via della virtù, rendette adagio, adagio docili non poche volontà, dianzi restii affatto corresse brutti vizii, guarì antiche piaghe puzzolenti, asciugò tante lagrime, riparò tanti danni, racchetò tante coscienze, ricostituì e indirizzò vari paesi verso quel vero progresso civile che pur bramavano e colpa la smarrita strada non avevan potuto raggiungere mai».

Il cardinale Dusmet presenta così in controluce due santi dalla personalità equilibrata e integrata ad una profonda spiritualità. Dotati di fine intuito pedagogico. «D. Bosco al pari del predetto beato Monsignor di Sales, studiò, conobbe appuntino i tempi e previsti i guasti, onde la scuola senza Dio si sarebbe fatta rea. Perciò con fretta di tenera madre che scorge prossimo il pericolo della prole, ruppe gli indugi, indicò le fonti pure della istruzione e della educazione tolse ad ammaestrare da per sé migliaia di giovani nel sapere suggerito dal vangelo, li distorsiò dall’andare vagabondi, li riunì sotto uno stesso tetto, li custodì come la pupilla dell’occhio, li allevò nella integrità della fede cattolica e dei costumi, li addestrò in una pietà schietta, franca e giuliva. Così egli il cauto D. Bosco prevenne e preservò molta gente da veleno di massime turbolenti e perverse, di altere e pazze dottrine, dall’influsso maligno dell’odierna serpeggiante miscredenza, riconfortò di speranza buona le rinnovate famiglie, sollecite della onesta riuscita dei figliuoli, e impresse in diverse terre, un mirabile, effettivo, salutare movimento, che non cesserà».

Sulla scia di san Francesco di Sales, don Bosco promuove una santità che tiene conto dell’umanità. La santità del quotidiano per superare tendenze negative, egoismi, imperfezioni. Anche il dare per scontato la questione di ritrovarci sempre “inferme”, come soleva ripetere San Francesco di Sales ai suoi penitenti:  in alcuni momenti è indispensabile dimenticare il cuore perché non sempre si cade perché si è infedeli, ma perché si è inferme. È necessario, quindi, correggersi soavemente e con tranquillità e non arrabbiarsi.

Maria Trigila FMA

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