SULLA STRADINA POLVEROSA

Dicembre. Una sera come le altre. Una città come le altre. La stessa inconfondibile aria di festa. Le stesse luci colorate messe a cornice dei negozi. Lo stesso motivetto nell’aria, dove le note musicali fanno girotondo con la parola “Christmas”. La stessa frenesia nelle scarpe. Passi che camminano frenetici tra le vie del centro. Passi che si affrettano, che inseguono il tempo, che raggiungono impegni, che fuggono da qualche seccatura, che cercano (tutto o niente). Molti i passi che si susseguono sul prezioso pavimento di marmo, sotto uno dei portici più antichi del centro storico. Sembra un festival di tip tap sul lussuoso pavimento rilucente. Tip-tap-tip-tap. E il tempo sembra riavvolgersi. Tic-tac-tic-tac. E il marmo del pavimento sembra sgretolarsi in antica polvere. Un sentiero dimenticato battuto da degli zoccoli.

L’asinello avanza lento lungo la stradina polverosa. Il morso è stretto ma la mano che lo conduce è gentile. Una mano abituata ad accarezzare il legno, a sentirlo prendere forma sotto i colpi del suo coltello. È una mano grande, ruvida ma gentile. La mano di un papà. O quasi.

L’asinello avanza lento lungo la stradina polverosa. La sella è stretta ma il peso che sostiene è leggero. Un corpo fragile e insieme prezioso, come un diamante, è il suo dolce fardello. E dentro quel corpo due cuori che all’unisono concertano la musica della vita. Un cuore che non è ancora ma che è già di figlio. Un cuore  che non è ancora ma è già di mamma.

L’asinello avanza lento lungo la stradina polverosa. La terra è fredda sotto gli zoccoli e i sassi insidiosi come schegge di vetro. È una notte strana. Di stelle nascoste dalle fiaccole accese. Di taverne festanti ma di porte chiuse.

Tante porte chiuse. La mano ruvida ma gentile batte sopra quelle porte, senza arrendersi. Implora asilo, supplica un riparo, indica, con voce pietosa, quel corpo fragile e prezioso come il diamante, adagiato sull’asinello. Ma le porte restano chiuse, le taverne festanti ma gli sguardi di vetro, indifferenti. Di porta in porta è così. Ma l’asinello continua ad avanzare lento lungo la stradina polverosa. Mentre quella mano ruvida ma gentile lo conduce. E quel corpo fragile e prezioso come un diamante, adagiato sulla sua sella, tra gli affanni, fa da scrigno con cuore di mamma ad un cuore di figlio. Il Figlio di Dio.

È una notte strana. Una notte che mai si era vista. La vigilia di Natale. Del primo Natale.

Al sentire la parola “Natale” l’incanto si rompe. Lo strappo nel tessuto del tempo si ricuce. La polvere del sentiero battuto dall’asinello si ricompatta a formare il prezioso marmo delle moderne passeggiate di città. E il tip-tap affannato di Giuseppe, in cerca di asilo e della sua umile cavalcatura, si perde nel riavvolgersi del tempo, nella corsa ai regali natalizi, negli impegni quotidiani e nella musica degli aperitivi in centro.

 “Natale”. E l’incanto si rompe. Subito nella mente si erge un gigantesco e fiabesco albero natalizio, dove, insieme alle decorazioni più originali, di anno in anno si posano sogni, buoni propositi e carinerie varie che, smontato l’albero, si ripongono dentro gli scatoloni, come tutti gli altri addobbi.

È questo il Natale che viene tramandato dal mondo che cambia.

Di quel Natale lontano nel tempo, dove due umili pellegrini e un asinello attraversavano silenziosi le stradine polverose di Betlemme, tra fiaccole accese, taverne festanti e porte chiuse, non è rimasto che un tenue ricordo nel cuore di pochi esseri umani. Un immortale racconto nelle Sacre Scritture e nel simbolo scenografico rappresentato dal Presepe.

“ Presepe ”. Anche questa parola sembra rievocare miracolosamente visioni di epoche mai vissute, ma che ci portiamo dentro come un regalo di Grazia divina. D’un tratto la nostra immaginazione, quasi un buco nero dove può esistere di tutto, sembra riempirsi di timide stelle. E ogni battito confuso del nostro cuore sembra quietarsi alla luce di un’umile capanna. Una costruzione dimessa e piena di spifferi, eppure, pulsante di uno strano tepore. È una visione inspiegabile per noi che veniamo dall’epoca dei termosifoni accesi e del brodo caldo d’inverno.

Eppure quella che ci splende davanti agli occhi come la quieta fiamma di un caminetto è gioia. La gioia degli ultimi.

L’onore di veder nascere il Principe della Vita, è toccato al fiato di un bue, di un asinello e alle pareti maleodoranti di una stalla. Altro che pavimenti di marmo e aperitivi ultra chic! E i convitati più illustri, testimoni di questo lieto evento, non erano vestiti di seta e velluto ma di pelli di pecora. Erano dei pastori, chiamati a raccolta da una stella cometa. Altro che fuochi d’artificio!

E le esotiche mani dei Re Magi, recanti i preziosi doni dell’Oriente per il Bambino, forse, noi oggi le avremmo allontanate, scocciati e diffidenti come quando si allontanano i venditori ambulanti sulla spiaggia.

È un Natale capovolto quello di duemila anni fa. E qui sta la sua straordinarietà. Maria e Giuseppe,  due genitori, ai quali tante porte con indifferenza erano state chiuse in faccia, che non serbavano ombra di rancore verso il mondo ma che avevano gli occhi e il cuore traboccanti di Amore. Amore che getta uno sguardo di misericordia sulle miserie del mondo, che si tratti di una porta chiusa, delle ristrettezze del cuore o di quelle una stalla. Amore che lancia il cuore colmo di gratitudine nell’immensità del cielo trapunto di stelle e fra le spalle stanche e infreddolite di semplici pastori porta sovraumano calore. Amore che abbatte barriere e pregiudizi fra gli esseri umani, siano essi vestiti di porpora e oro come i Re Magi. Siano essi vestiti di umili felpe e giubbotti di salvataggio. Sia che essi rechino in dono oro, incenso e mirra. Sia che essi abbiano da offrire solo mani schiave sfuggite alla morte e lacrime che rigano le guance, ma con una speranza di libertà ancora nel cuore.

Senza dubbio quella notte strana, la notte del primo Natale, è la notte degli ultimi. Ecco perché facciamo fatica a ritrovarla, ad immedesimarci. È una notte lontana da noi. È una notte che ci mette in crisi. Nessuno di noi, pur trovandosi nella condizione di esserlo, si riterrebbe ultimo oggi. Siamo tutti vincenti. O meglio, la maggior parte di noi si ritiene così. E non è solo un fatto economico. Non si tratta semplicemente di chi ha i soldi e di chi non ne ha. C’è una miseria che non può essere nascosta dal denaro. E c’è una ricchezza che rimarrà sempre dono riservato agli ultimi.

Gli ultimi, ad esempio, di cui evitiamo di incrociare lo sguardo per strada.

Quanto coraggio ci vuole per guardare negli occhi un essere umano che soffre? Per guardare oltre la sua miseria? E per guardare in faccia la nostra miseria, nonostante l’apparente benessere? Lo stesso coraggio che è mancato duemila anni fa a quegli sguardi di vetro, confinati dietro la loro ipocrisia e le loro porte chiuse. Lo stesso coraggio che ha spinto tre sapienti d’Oriente a disobbedire agli ordini di un re tiranno. E di credere nella grandezza nascosta nell’innocenza di quel Bambino. È questa la ricchezza che dovremmo ereditare da quel primo Natale ormai lontano. Il coraggio di riconoscere negli altri, vicini, lontani, lo sguardo di Dio. Il coraggio di accogliere gli ultimi. Perché sono stati degli ultimi a far da culla alla venuta di Cristo nel mondo. Gesù non ha chiesto altro, se non un’accoglienza sincera. Non importava che fosse un letto d’oro e seta o una mangiatoia di legno e paglia. Ci ha chiesto di essere accoglienti. Di essere sinceri nell’accoglienza. Di essere coraggiosi nel dare amore. E di non chiudere gli occhi e le porte del nostro cuore. È lì che risplende la vera luce del Natale.

Lorelay Lo Piano

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